Giulia Aloia - Recensione del libro

Amato nella veste classica, il testo “la nostra Africa” di M. Bartolo giunge ancora più immediato al lettore in forma digitale e-book . Sin dalle prime pagine si avverte l’unicità della scrittura e l’eccezionalità del caso letterario . Ogni pagina sprigiona energia e da ogni pagina emerge un duplice bisogno: quello della crescita personale, interiore, dell’autore e degli altri protagonisti, e quello della crescita legata alla sfera di interazione più ampia della comunità. La lettura è rapida, avvolgente, come l’abbraccio e il tocco della musica durante la celebrazione della messa di Padre Antonio a Infulene ( territorio alle periferie di Maputo, Mozambico) quando, quasi senza accorgersene, si scopre di vivere “un tempo in cui le cose di Dio e le cose degli uomini si mischiano , si confondono”. E’ una lettura che invita a stare sul testo perché informa, scuote, emoziona e attraverso una serie di fili sottili, impercettibili, crea empatia. Il lettore s’immerge nell’ avventura seguendo la scioltezza della scrittura e non ha bisogno di intermezzi se non per riflettere sulla bontà del programma DREAM. Programma pensato, costruito, e avviato dalla Comunità di Sant’Egidio(già impegnata in Mozambico nei negoziati di pace durante la guerra civile), e dallo stesso autore nella terra d’Africa assolata, dove a rappresentare la goccia d’acqua che può aiutare a rendere verde un prato e a salvare è proprio il camice bianco e gli elementi ad esso correlati; la malnutrizione, l’AIDS, e buona parte della popolazione proveniente da alcune zone africane sono i veri protagonisti di questo progetto gestito in sinergia con le autorità sanitarie locali. Da una serie di istantanee toccanti si può cogliere il grido senza voce che arriva da realtà come Maputo, Machava (Mozambico), Aruscha, Iringa, Mererani (Tanzania); la richiesta muta, ma pressante di bisogni, sollecita e spinge a dare risposte concrete e imminenti e quindi al “DREAM” come progetto valido da proporre e rendere fruibile in modo sempre più ampio e inclusivo. La storia che si racconta è quella di un medico e della sua troupe che animati di volontà e alto senso di operosità, nonché di spirito di avventura, si apprestano a compiere in questa parte del mondo una sorta di rivoluzione sociale, capace di modificare non solo l’aspetto oltraggiato, deforme, dell’Africa, ma soprattutto di innescare quei meccanismi che siano portatori di un nuovo senso di appartenenza al territorio, capaci di stimolare un più forte desiderio ad essere veri figli d’Africa. Una missione , questa, che parte da un gruppo di professionisti che scelgono di vivere e di far vivere un viaggio difficile ma esemplare a una moltitudine di persone; che decidono di proseguirne la corsa ad ostacoli con sempre più audacia, nonostante le naturali flessioni proprie dell’uomo e dovute alle circostanze, senza tener conto di tutto il carico di lavoro e dell’estenuante carico emotivo. Rispondere al richiamo per la vita si può solo se si ha forte senso di consapevolezza di sé, fiducia negli altri, capacità di adattamento e un pensiero dinamico non senza un pizzico d’incoscienza; nessun ruolo è fisso e tutto è interscambiabile; solo in questo senso l’azione può tradursi in arricchimento umano e professionale. La coppia visibilmente opposta : consapevolezza / incoscienza, lo è, in realtà, in modo solo apparente poiché paradossalmente i due termini compiono il loro destino solo in quanto entrambi diventano agenti del mutamento e in modo eroico sono chiamati a incidere in realtà sconcertanti e a produrre cambiamenti. Così , una prima fase di sgomento, confusione, dubbi, lascia subito spazio ad una successiva che indirizza e spinge a immergersi nei destini di tanta “umanità”. Inizia così la rappresentazione del sogno che man mano prende forma; e lo straordinario arriva quando sia in Mozambico che in Tanzania, e in Africania (luogo immaginario ma per alcuni versi da considerarsi reale perché rappresentativo di fatti e luoghi), zone dilaniate da più mali, i risultati si manifestano pur seguendo strade impervie e giungendo da più parti, anche dai punti più impensabili. “In Africa le relazioni sono da interpretare in modo differente : ogni albero può dare frutti! Quindi, anche quello secco. Rispetto poi, ai pochissimi alberi verdi che possono essere messi a confronto con le immense e aride distese della terra, i primi rivestono maggiore importanza sulle seconde e ciò non è in contraddizione; allo stesso modo non c’è contraddizione quando si scopre che il sorriso possa nascere dalle macerie e la comicità da situazioni tragiche”. E’emozionante immaginare all’ opera “quest’uomo pigro”che la pigrizia lascia alla sua sfera privata. E’ edificante osservarne e seguirne l’esempio. Uno sguardo, il suo, volto ai più deboli, agli ultimi che non può che continuare a produrre effetti positivi. Il libro mostra i diversi volti dell’Africa, la complessità di quelle realtà e il desiderio di attraversarle. Nella mente dello scrittore, dei suoi compagni di viaggio e del lettore , fruitore/agente, si affollano nuove voci: acqua, cibo, medicine, attrezzature, laboratori, possibilità, cura, vita (…) che tentano di soppiantarne altre : fame, virus HIV, AIDS, sofferenza, mancanza, rassegnazione, morte (...). Le storie, le figure, le azioni, cominciano ad assumere contorni e colori più leggeri ; in modo discreto, un fascino nuovo copre e difende anche quelle più crude, così come una sottile ironia vela i paradossi della burocrazia e un sorriso rimasto a metà cerca di farsi pieno di fronte al superamento di ogni difficoltà sino a straripare in risata di fronte alla scoperta che la speranza diventa realtà gioiosa per migliaia di donne, bambini e uomini d’Africa. E quando finalmente ciò accade facendosi spazio fra povertà e libertà negate, quella speranza continua a lottare per allentare la morsa del futuro rubato. Sono le percezioni simultanee ad arricchire il testo da un punto di vista non solo medico ma anche stilistico e semantico. Per mezzo di una serie di metafore particolari che coinvolgono sfere sensoriali diverse, l’autore colora, dipinge, disegna, poi ancora trasporta, descrive, ironizza e continua a sognare cercando di trasformare il sogno in realtà. Così il medico, ma soprattutto l’uomo, racconta i ritmi lenti e veloci di un’Africa che sorprende, incanta e che chiama; i ritmi dell’Africa che rapisce, prende dentro, trascina e lega. Difficile non ascoltare, non cogliere, non rispondere ai tempi dilatati dell’Africa; impossibile non vedere ciò che è sotto gli occhi, non constatare la sofferenza di tanta gente che come diceva il Cardinale Maria Martini “…soffre più di quanto non meriterebbe, più di quanto non abbia peccato: …perché? ” E’ il volto di una umanità che non ha più espressione quello dei bimbi che hanno fame o sono sieropositivi, quello di madri rassegnate e di donne denutrite, quello dei ragazzi del carcere di Maputo che l’Africa non sa di avere come suoi figli perché mai nati, mai registrati all’ anagrafe e che nonostante tutto provano a fare gli allievi; o ancora quelli tutti uguali dei minori di Mererani, vivi ma già seppelliti, perché sfruttati nelle miniere di tanzanite . L’elemento centrale del volume è dato da più gruppi di sequenze verbali come : bisogni-malattia-cura/volontà-bene-missione;organizzazione-formazione-lavoro/diffidenza-burocrazia-costi; farmaci-macchinari-ambulatori/comunicazione-cultura-scolarizzazione; persone/numeri, che permettono la tessitura e lo sviluppo della trama principale e l’intersecarsi con l’ intreccio dei motivi secondari. Tutto si amalgama in modo inequivocabile e sinergico, per portare il sorriso e un respiro più lungo a chi ne è stato depredato e la testimonianza che con l’AIDS si può competere e vincere. Questo, dunque, il nuovo messaggio da cui partire per far breccia nelle coscienze sopite che si leva da queste pagine di vita vissuta e di vite da salvare. I capitoli , brevi ma intensi e numerosi (56 in tutto), offrono al lettore attento immagini non quantificabili di carattere socio-economico e ambientale, o di tipo naturalistico, quadri di ordine storico-politico e geopolitico dei luoghi e piccoli saggi di geolinguistica . Rilevanza straordinaria assumono i tanti dialoghi sparsi fra le pagine del volume che hanno il compito di evidenziare fatti e situazioni reali, utilizzati come formula di controllo sul narrato, quasi a giustificare un bisogno di attinenza alla realtà da parte dello scrittore, e di possibilità di verifica per il lettore. Ciò finisce per rallentare talvolta l’azione narrativa che rimane imbrigliata in una eccessiva forma dialogica a favore del diario più che del romanzo. Ma l’autore lascia volutamente poco spazio ad uno sbocco immaginativo che però in alcuni casi riesce ad essere irrefrenabile; vuole rendere partecipe il lettore di tutto ciò che è dietro, dentro, e consequenziale ad ogni evento. Tutti i passaggi diventano necessari al compimento di ogni azione. Non esistono eventi più o meno significanti di altri; tutto ha valore solo se strettamente connesso nelle sue parti. E’ con questa logica che offre materia difficile : guerra- violenza- malattia- povertà - burocrazia- corruzione , ed è con la stessa logica che si adopera a cercare e inseguire soluzioni : cura- diritti – superamento di ostacoli ,senza cadere in certo sentimentalismo e riuscendo a mantenere sempre alta l’attenzione del lettore. I quadri socio-ambientali, socio-economici e socio-culturali si vivacizzano con descrizioni qualificanti di luoghi e caratterizzazioni, a volte, anche dettagliate di persone e personaggi; si pensi al tratto distintivo del ministro/donna della Salute di Titongo (Africania): alla sua forza, al suo vigore,ma anche alla sua femminilità che si lascia rapire dai fiori: troppi, secondo il parere dello scrittore. E se si riflette anche sulle prodezze economiche , anzi sui modelli economici di Padre Prosperino in Mozambico, ci si rende conto che la foto che balza agli occhi non può che parlare di lotta per la sopravvivenza, per l’indipendenza, per la pace ; quindi oltre che uno spaccato economico e sociale è un’immagine di grande contenuto storico-politico e geopolitico. Il pressappochismo amministrativo, l’inadeguatezza di burocrati e la corruzione che diventa sempre più manifesta anche nell’ambito della Sanità ospedaliera sembra a volte cancellare, e altre volte fare emergere con più forza alcune figure come per esempio quella di Patricia, in cura presso il centro di Arusha ; una bimba che affida al futuro la realizzazione di un sogno, che in una lettera fa conoscere ai medici del sorriso: quello di diventare giudice, per combattere gli abusi sui bambini; testimonia così, tentando di riscriverla, la sua triste storia di probabile violata; lo stesso succede a George (Iringa), malato/non infettato dalla madre, di anni dodici, presumibile vittima dello zio che lo ospita perché orfano. Da ciò ,e dal seguito si evince che la narrazione evolve verso il suo apice, compiendosi del tutto, mettendo continuamente a confronto elementi e contenuti contrastanti : figure, luoghi, fatti ,situazioni; si inserisce in questo contesto anche il ruolo di Salvatore chiamato ad Arusha per salvare non solo il salvabile ma tutto ciò che in Africa può definirsi tecnologico , per curare il laptop personale del dottor Federico Carlesi, e, in primis, per assicurare il funzionamento del servizio di telemedicina con l’ospedale San Giovanni di Roma il cui obiettivo è concorrere per salvare vite .Il ruolo dell’autore stesso rientra quindi in questa chiave di lettura perché continuamente messo alla prova in situazioni antitetiche. La scrittura sfiora un linguaggio a metà tra la favola e il diario nella raffigurazione della casetta fatta di legno e fango di Hidaia che catapulta subito il lettore in un mondo che già conosce : quello appunto della favola ;è evidente la similarità con”… la casetta del più sprovveduto dei porcellini di Walt. Disney…”.Toni invece drammatici si levano dalla lettura della lettera di Yaguine e Fodè, rimasta muta dal giorno in cui persero la vita(28 luglio del’99) nella stiva del carrello dell’aereo nel quale si nascosero, decisi a partire alla volta di Bruxelles dalla Guinea Conakry per portare personalmente all’Europa il dramma africano e la loro richiesta di aiuto.La cornice che accoglie e dà voce ai due ragazzi è il Centro di Machava (ottobre 2004),i suoi due anni di attività e tanti studenti italiani presenti a rappresentare una parte d’Europa insieme all 'allora sindaco di Roma W.Veltroni. La risposta alla dirompente richiesta di aiuto è contenuta proprio nel programma attuato nel Centro di Machava; così durante la manifestazione, l’evento si trasforma in festa quando prende il sopravvento questa consapevolezza e quando la musica, soprattutto indigena, cede il posto, con S.Sukuma , a nuovi scenari anche immaginari col l’esecuzione del pezzo “Ulombe”, cantato in changana. Di grande impatto emotivo risultano i pochi tratti del testo che aiutano a delineare il profilo dell’autore , le sue radici, i suoi pensieri dopo un giorno di duro lavoro, i suoi bisogni, la voglia di quiete, di ritrovarsi o di perdersi che trovano rifugio nelle corde della sua chitarra quasi come fossero carezze; così :“Le dita premono, accarezzano, sfiorano le corde che rispondono alle sollecitazioni in modo prevedibile, ma sempre nuovo. …sussurrando le più diverse melodie. …la mente comincia a vagare, i pensieri si moltiplicano, si inseguono e si modellano sulle emozioni della musica e viceversa. E la musica, la melodia, il ritmo, diventano, come per magia, lo specchio del -suo- umore.”.E’ evidente l’essenzialità biografica; interessante il lasciare solo intuire o solo accennare il suo senso di solitudine o di sconforto che certamente , a volte , pervade anche il suo animo. Da annotare inoltre come i diversi piani del racconto si sovrappongono e s’incrociano con i diversi livelli di viaggio. Ogni viaggio fisico sul territorio ne contiene uno più intrinseco portatore di nuova speranza e, a sua volta, frutto di stimoli e progetti nuovi come la risposta degli “operatori domiciliari”, esempio vivo e tangibile di come il bene che si riceve possa tradursi in modo immediato in altro bene. Si tratta di volontari che hanno affrontato, vissuto e superato le varie tappe del programma DREAM, conosciuto le trasformazioni del loro corpo e i miglioramenti della loro condizione. Il loro desiderio di comunicare a chi soffre, ai malati, il nuovo stato, parte dall’assunzione del nuovo significato attribuito da quel momento alla loro stessa vita, legato a un senso di libertà che non può che essere il prodotto della possibilità di combattere prima, e di aver avuto la meglio dopo, sulla malattia . Con grande coraggio si mettono in viaggio e villaggio dopo villaggio portano “la buona novella”, incoraggiano a intraprendere i trattamenti che il protocollo prevede sia per la prevenzione del virus HIV che per la cura dell’ AIDS, mettendo a disposizione il loro personale percorso. Conseguentemente la forza d’animo di questi operatori gioca un ruolo essenziale poiché lega condizione estrema di vita , possibilità di un futuro e importanza della missione . Da ciò, scaturisce nuovo senso e valore di universalità alla preghiera di ognuno verso il proprio Dio che finisce col trovare ragione e veridicità nel verso :“…Ero misero ed Egli mi ha salvato”(114°Salmo) e nella missione dei tanti religiosi in terra d’Africa. Ancora una volta si può osservare la complessità letteraria del testo, il gioco narrativo capace di sciogliere, dividere e poi di riannodare, concatenare gli eventi e le situazioni; l’abilità dello scrittore nell’avviare una nuova serie di racconti nel racconto lasciando al lettore la facoltà di seguire altri fili, non solo mediante i rilievi cronachistici ma anche dai risvolti immaginari. Manifesta è la maestria dello scrittore nel riuscire a far confluire e a confondere in Africania, talvolta in modo emblematico e talaltra in modo reale, i diversi colori e volti del Continente così come chiara, positiva e sconvolgente è la risultanza data dallo sguardo alle “cifre” del progetto DREAM : sono 200mila circa, oggi, le persone in cura nei vari paesi africani non solo attraverso gli ambulatori e nei centri clinici già esistenti o attrezzati sul posto, ma anche attraverso il servizio di telemedicina portato avanti in Italia dall’Ospedale San Giovanni di Roma . Da qui la garanzia del fatto che ad essere positivo non è solo l’AIDS . Si percepisce una grande forza che non è visionaria ma tangibile, un lavoro efficiente svolto da uomini competenti e strutture con tecnologie d’avanguardia e quant’altro è necessario per il raggiungimento degli obiettivi . Oggi finalmente si è sempre più consapevoli che essere volontari non è solo un diritto ma anche un dovere e che l’AIDS, il virus HIV, la malnutrizione, e tutte le malattie che ne derivano possono essere conosciute pienamente solo se raccontate nelle effettive realtà e nelle forme più diversificate, e solo se a farlo è chi, in qualche modo, di quella realtà ne è stato parte attiva, testimone del fatto che a fare la differenza concorrono variabili importanti come tempo , spazio , numeri , costi e cura. Il ruolo del volontariato, sia religioso che laico, diventa allora sempre più indispensabile e assume grande valore umanitario se cresce anche in termini di risorse economiche e azzeramenti di “allowance”.La sfida, per ora, è stata vinta con “l’ultima firma, l’ultimo timbro”, e il numero di registrazione “809902” . La cura diventa così principio di vita poiché, pur affondando le sue radici nella morte e nella malattia , proietta la persona nel futuro e fa sì che ogni giorno un numero sempre crescente di figure specifiche e irreprensibili possano adoperarsi affinché,insieme al sole d’Africa, possa levarsi ogni mattino non più solo la speranza, ma la convinzione della possibilità reale di vita e sempre più occhi curiosi che possono seguire, in alto, quel sole. La risposta al perché di tanta sofferenza esiste, si chiama lotta contro ogni forma di sopruso e sfruttamento, si chiama necessità di apportare grandi cambiamenti politici e sociali a livello mondiale, dando nuova linfa ad azioni e atteggiamenti desueti; si chiama lotta per l’indipendenza, per l’affermazione dei diritti e per la formazione di una nuova coscienza civile, senza dimenticare che per vivere ed essere liberi occorre credere anche nella realizzazione di ciò che può sembrare impossibile. E’ per questo motivo che il “sogno” continua con la prossima stesura su queste e altre realtà africane e non, e col risveglio di nuove vite. L’autore indagatore e risolutore di problemi sposa la ragione seguendo l’istinto, insegue ogni alito di vita per trasformarlo in vita piena; ed è proprio grazie a questo percorso di eccentrico dinamismo che riesce a dare al volume la dimensione di una testimonianza completa, cioè non solo riferita ai mali e ai tempi della società africana ma a tutto ciò che attiene alla cultura di quel popolo. Il Testo rappresenta un superamento geografico della cura che spinge a varcare sempre nuovi confini ponendosi sempre nuovi interrogativi e il raggiungimento di nuove sfide, ponendo alla base una riflessione forte sul possibile da farsi, su una organizzazione ancora più efficiente del lavoro,sui tempi, sulle modalità, su eventuali errori e sul come frenare l’alto indice di corruzione che dilaga nell’ iter amministrativo affossando o ritardando possibili obiettivi e stabilendo quasi una sorta di parallelismo con la situazione italiana . E’un invito a “sentire” l’Africa ma anche la stessa terra di appartenenza, perché curare gli altri possa significare avere cura anche di se; un invito a che “ciascuno non sia solo misura di se stesso “. In questo senso “La nostra Africa” si prefigura anche come scrittura di superamento di confine interiore poiché la lettura modifica la condizione del lettore portandolo al dovere di consapevolezza. Con gratitudine e stima per avermi trasportata nell’altra parte della mia anima.

Giulia Aloia